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Antelme Robert, La specie umana
- Editore:
Einaudi
- Collana:
Biblioteca giovani 44
- Anno:
1976
- Edizione:
Prima edizione collana
- Rilegatura:
Brossura cucita
- Dimensione:
8
- Pag:
288
- Stato del libro:
Libro usato in perfette condizioni.
- Copie disponibili:
0
Contenuto:
L'esperienza del Lager come strumento di cultura. - Anni fa il filosofo Th. W. Adorno ebbe ad affermare che dopo Auschwitz non era più possibile fare poesia. L'affermazione non va presa alla lettera: Adorno intendeva significare che la realtà mostruosa dei campi di sterminio poneva gli intellettuali davanti a nuove ... responsabilità: prima fra tutte quella di rinunciare ad ogni espressione artistica che non sia direttamente al servizio dell'uomo, per evitare che la tragedia del Lager ? una vergogna che ricade sull'intero genere umano ? possa ripetersi.
Eppure su Auschwitz, sul Lager, vi è chi è riuscito a dare «poesia»: nel senso stretto dell'etimo greco poièin, che significa appunto «fare». Letteratura come strumento per capire, come approfondimento della realtà: a questo pensava il francese Robert Antelme quando nel 1947 scrisse questo libro; e come lui altri che ci hanno lasciato testimonianze preziose e sempre attuali, come "Primo Levi, autore di Se questo è un uomo.
Anche Antelme, quando sì è trovato di fronte alla pagina bianca, ha dovuto risolvere un grosso problema: quali parole usare per dare conto ai suoi contemporanei dell'enormità di quanto aveva vissuto? Come uscire dall'equivoco della «bella pagina», della commozione superficiale? Lo scrittore non mirava certo a destare dei buoni sentimenti, quanto ad esplorare sino in fondo una regione del pianeta uomo che gli si era aperta davanti in tutto il suo orrore. Antelme ha vinto la sua difficile sfida: dalla sua capacità di ricognizione poetica, la letteratura è uscita confermata in quelli che sono i suoi compiti civili.
In una intervista del 1949, lo stesso Antelme dichiarò che è necessario che i lettori comprendano che i libri sulla deportazione non sono delle antologie dell'orrore, ma degli strumenti di cultura. Troppo spesso si è guardato e si guarda al nazismo, a Hitler, ai campi di sterminio come a un fatto demoniaco, alla esplosione di un Male grandiosamente astratto, ad una epidemia di cui è impossibile stabilire le cause, e che è passata senza lasciare traccia. Ma il nazismo non fu la conseguenza del genio malvagio di un solo uomo, né tanto meno un flagello imprevedibile. Fu piuttosto il prodotto della volontà e degli interessi di determinate classi sociali, decise alla sopraffazione e allo sterminio pur di garantire i propri privilegi. Il Lager fu il traguardo ultimo cui, stabilite certe premesse, il nazismo doveva arrivare.
I più consapevoli tra coloro che sperimentarono il Lager e che riuscirono a tornare a casa, avevano ben chiaro un obiettivo: descrivere, decifrare i «segni» dell'universo mostruoso dei campi di sterminio. Questa volontà di capire si è rivolta verso due obiettivi: i perseguitori e i perseguitati, i carnefici e le vittime. Si trattava, da una parte, di smascherare i congegni della macchina della morte, il rituale del campo, l'assurdità di un lavoro che non serve a nessuno, i massacri, E dall'altra di verificare la capacità di resistenza morale degli oppressi, ridotti ad uno stato subumano, bestiale.
La prima destinazione di deportato di Antelme, che veniva dalle file della Resistenza francese, non fu il campo di sterminio. Agli uomini come lui i nazisti non riservarono la fine immediata nella camera a gas o nel forno crematorio, come invece accadeva agli ebrei, ma qualcosa di più sottilmente crudele. Vollero sgretolare la personalità dei prigionieri, distruggerne la dignità umana, abbrutirli al puro stato della sopravvivenza fisiologica, attraverso un calcolato logorio fisico e mentale: la fame, la fatica del lavoro, il freddo, le minacce, il terrore. Il libro è la minuta radiografia di questa progressiva metamorfosi discenditiva, e al tempo stesso della resistenza morale che i più forti riuscirono ad opporre alla violenza disgregatrice delle SS.
I compagni di prigionia avevano visto solo la macchina che macina l'individuo, il gruppo razziale o politico. Antelme per primo scorge la minaccia che pesa sull'intera umanità. La cieca disciplina delle SS rappresenta la forma estrema di qualunque sistema repressivo: non è un fenomeno passeggero che riguarda soltanto il «qui e ora».
Ma anche il prigioniero totalmente condizionato dalla brutalità del Lager ha la possibilità di una scelta fondamentale: rimane uomo o no. Senza saperlo, dice Antelme, le SS hanno ricostruito l'unità dell'uomo, hanno fatto scattare nelle loro vittime una coscienza irriducìbile. Questa è per lui la vera risposta al nazismo, al suo tentativo dì distruggere l'unità della specie umana, ponendo l'uomo SS al di sopra e contro ogni altro uomo: «Tutto ciò che nasconde questa unità nel mondo, tutto ciò che mette gli individui nella situazione di sfruttati, di asserviti, e implicherebbe per ciò stesso l'esistenza di specie diverse, è una menzogna e una follia». E come tale va compreso e combattuto, ieri come oggi.
Robert Antelme è nato in Corsica nel 1919, da padre provenzale e da madre corsa. È però sempre vissuto a Parigi, dove compi i suoi studi e dove tornò a lavorare dopo aver trascorso gli ultimi tre anni della guerra nei campi di concentramento della Germania nazista. L'espèce humaine, da lui pubblicato nel 1947, rimase dapprima confuso fra le numerose opere memorialistiche dedicate all'esperienza dei Lager e soltanto in epoca successiva fu oggetto di attenzione e di indagine critica adeguate al suo valore di documento e di denuncia, nel quale è implicito un alto messaggio di moralità.
Nella stessa collana
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Einaudi , 1976
Fino al 31/05/12 € 7,00€ 5,00
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Dello stesso editore
prima edizione, Einaudi , 1977
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Nota introduttiva di Giorgio Melchiori, Einaudi , 1981
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Nota introduttiva e traduzione di Cesare Pavese, Einaudi , 1972
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Prima edizione, Einaudi , 1980
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interamente illustrato, Einaudi , 1973
Fino al 31/05/12 € 16,00€ 8,00
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seconda edizione, Einaudi , 1978
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prima edizione, Einaudi , 1975
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